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...e l'ultimo dell'anno? - 2007/12/31 15:46
Ogni anno si rinnova la domanda e si discute e ci si divide (siamo già alle 15 e 31 del 31 dicembre 2008) tra chi escogita sempre nuovi piani per fuggire i festeggiamenti e chi inizia a prepararsi molti giorni prima, perché all'arrivo del nuovo anno tutto deve essere perfetto. Vi suggerisco questi due articoli apparsi rispettivamente sul Giornale di ieri e di oggi e a firma di Vittorio Sgarbi e Giordano Bruno Guerri. Ah, io ho detto la mia sul blog (e sono riuscita a parlare di nuovo anche d'amore, dell'Amore - sono inguaribile, lo so): effettuate il login e... buon anno!
"Così sono riuscito ad abolire il Capodanno" Non so se sia il vecchio passaggio dell’anno che annuncia in modo ineluttabile il tempo che passa, ma da qualche anno cerco di evitarlo. Faccio lo stesso anche con il compleanno che aggiunge tempo al tempo e rende più breve la vita che resta. Ho anche particolare antipatia per le festività obbligatorie, come molti credo, costretti a divertirsi per forza, letteralmente a orologeria. Se è vero che nell’imminenza del passaggio comincia il conteggio dei secondi che vede tutti pronti al brindisi, otto, sette, sei, cinque, quattro, tre, due, uno, zero con la complicità di programmi televisivi con festanti obbligati e obbligatori, è altrettanto vero che quello è il momento in cui si vorrebbe essere altrove, ma sembra impossibile, non consentito. Ci sono i richiami dei parenti, degli amici, il censimento degli anni che ha i suoi riti. Così ho elaborato una strategia di grande efficacia, che metto in atto ormai da qualche anno. Non mi nego, non mi nascondo, non faccio lo snob, non sto chiuso in casa staccando il telefono, ma accetto tre o quattro inviti in luoghi diversi dalla città in cui sono. Per raggiungere l’obiettivo convenuto possono essere necessarie un’ora, due ore, tre ore. Così io decido la meta e mi metto in cammino in un orario così estremo che non mi consente di arrivare entro mezzanotte. Se sono a Roma, e devo andare a Positano, parto tre quarti d’ora prima, se sono a Ferrara e devo andare a Modena parto mezz’ora prima e se sono a Milano e devo andare a Bologna, parto un’ora prima. Così mi trovo a mezzanotte sull’autostrada, sotto un ponte, con l’autista che è rassegnato a essere senza casa e senza destino, e con l’amica (l’unica, indisponibile a tutto che rifiuta feste e mascherate) che condivide il mio malumore e la mia esaltazione per la condizione di privilegio di totale isolamento nel momento cruciale ma senza sottrarsi agli incontri con gli amici che, intanto, stanno brindando nella falsa euforia e nel divertimento prestabilito. Tutti a salutare, a farsi auguri con il sorriso e il bicchiere, a telefonare nell’arco di un quarto d’ora ad amici vicini e lontani. E noi, nel vuoto assoluto, in un silenzio irreale, con la neve, talvolta, come accadeva più facilmente da bambini, sospesi nel tempo per un quarto d’ora senza nessuno. Tutte le macchine ferme, l’autostrada deserta, la meta ancora lontana, nessun turbamento, nessun obbligo. Quando, dopo la sosta, nella contemplazione del vuoto, si riprende il viaggio, tutto è compiuto. Un anno è passato. Un altro, uguale, comincia. Poco prima dell’una si arriva a giochi fatti. I brindisi consumati, i baci attribuiti, la festa illanguidita e malinconica, i riti esauriti. Gli amici ci sono ancora, faticano a ricordare che ti hanno già salutato e, in ogni caso si rassegnano a vederti fuori tempo massimo, nello spazio dell’anno nuovo che è ormai cominciato. Ho elaborato questa strategia dopo anni di feste tutte uguali e tutte inevitabili. Ricordo perfettamente quei momenti di distanza da tutto, di sospensione, guadagnati con l'inganno, anche con vigliaccheria, non accettando e non rinunciando, attraverso un trucco che, forse, la prima volta, mi riuscì per caso, per un ritardo non voluto. Ma tale fu l’estasi di quel momento di distanza da tutto e da tutti che fatico a immaginare un altro Capodanno che non sia solo per me, incondiviso, senza scappare, senza rabbia o disgusto ma semplicemente con una assenza calcolata, con un difetto di puntualità, proprio nel momento in cui nessuno se lo vuole permettere. Se non avete il coraggio di questa dilazione auguratevi che un piccolo incidente, una gomma bucata, vi costringa a mancare, e proverete la stessa, incontenibile gioia. "Così sono riuscito ad abolire il Capodanno", Vittorio Sgarbi, Il Giornale, 30 dicembre 2007
"Caro Sgarbi, io ho riscoperto la gioia" È naturale che chi ha sempre avuto molta confidenza con la notte abbia a noia il Capodanno, i brindisi e il tirar tardi di chi solitamente va a letto presto. Per chi ha passato gran parte della vita a fare l’alba - gozzovigliando o studiando, a seconda dell’umore, delle opportunità o delle necessità - la trasgressione di massa e rituale del 31 dicembre ha il sapore di un’invasione di campo. E quando il pubblico invade il campo, i professionisti si ritirano negli spogliatoi, smettono di giocare. Per me, anche non festeggiare il Natale o il mio compleanno ha sempre avuto la stessa logica di difendere una diversità dall’omologazione generale. Se non si crede al Natale cristiano non ha senso prendere parte a quello consumistico, dopo che per tutto l’anno ci si è beati di consumo o di ascesi. Quanto al compleanno, potrebbe sembrare strano che chi non si adatta volentieri alle feste degli altri non ami neppure la propria. Noi disprezzatori dell’allegria comandata (ci metto anche il carnevale, i ponti, Halloween, gli onomastici eccetera) siamo tali perché molto concentrati su noi medesimi, impegnati a celebrare ogni giorno la nostra preziosissima individualità, il nostro essere «diversi»: ci celebriamo 364 giorni l’anno, e quel trecentosessantacinquesimo, che dovrebbe ricordarci la gioia di essere al mondo, lo utilizziamo piuttosto per ricordarci che si avvicina la data della nostra scadenza, come quella stampigliata su una bottiglia di latte. Figurarsi dunque se non capisco l’uggia di Vittorio Sgarbi, spiegata ieri su questa pagina, per i brindisi mezzanottini e le altre feste di rito. La capisco, ma non la condivido più. Quest’anno sono stato complice, con finta sorpresa e soddisfazione vera, di chi ha organizzato un’allegria per festeggiare la mia nascita. A Natale, poi, ero sotto l’albero, ridanciano come uno gnomo, fetta di panettone in una mano e tutte le altre - di colpo me n’erano spuntate tantissime - impegnate a porgere e a scartare regali. E state sicuri che stasera, a mezzanotte in punto, farò il mio brindisi in mezzo a altri, davanti al televisore per essere sicuro di stare in sincronia e in sintonia con tutti i coinquilini di fuso orario. Sbaciucchierò a destra, a manca e persino al centro gli astanti, impugnando la flûte d’ordinanza e con la voglia di tirare un’alba ilare e frivola. Devo a mio figlio tutte queste devianze da abitudini e prese di posizione decennali. Il piccolo miracolante ha compiuto un anno da poco e non sapeva, ovvio, che fosse la sua festa, o la mia, o quella del Bambino Gesù o di Babbo Natale, ma era felice - e come - di avere intorno a sé sorrisi, risate, gridolini, entusiasmi, luci, colori. Ma il bello, caro lettore, è che non l’ho fatto mica per lui. Sì, all’inizio sì, poi l’empatia mi ha travolto. Se un bambino gode delle feste, e con il passare degli anni più sono rituali e più ne gode, di certo ha ragione lui. Libero com’è da machiavellismi e cerebralismi e individualismi, si bea dell’esultanza collettiva, e la sua lezione - così istintiva e sana - è inoppugnabile, invincibile. La riprova è che nella festa di stasera, lui non c’entrerà proprio niente, anzi ne sarà escluso per forza di cose. Affidato a mani sicure (e sperando che non gli venga il pianto notturno, se no si torna indietro), i grandi si vestiranno di piume di pavone e andranno a spassarsela. Tanto, ho già scelto il mio buon proposito per l’anno prossimo e per tutti quelli che verranno: insegnare a mio figlio che si può essere diversi essendo uguali, a se stessi e agli altri. www.giordanobrunoguerri.it "Caro Sgarbi, io ho riscoperto la gioia", Giordano Bruno Guerri, Il Giornale, 31 dicembre 2007
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